Oggi è morto mio zio  Alfredo Bettini, fratello di mia mamma, 93 anni, soncinese, Amico della Rocca, giornalista, scrittore e poeta.

Il mio pensiero commosso va alla zia Nella, sua moglie amata, che lo ha assistito fino all’ultimo e al fratello Mario, sempre presente, in tutte le circostanze.

Posso dire che ogni sua pagina sa coinvolgere con  eleganza e leggerezza, frutto di un dono innato e, allo stesso modo, si insinua nel profondo, con briosa misura e delicata ironia.

Molti sono i libri pubblicati, racconti, romanzi e poesie; tra questi ricordo i miei due preferiti: “L’erba di casa mia” e “Oltre il cortile”

 

 

Per dare un’idea, cedo a lui stesso la parola, che traggo dalla prefazione del primo; mentre arrivava a Soncino in macchina, a presentare un suo libro, così racconta:

Inaspettatamente, il sole basso del tramonto trapassò, schia­rendole, alcune lunghe nubi e spalancò un’immensa occhiata di luce. Era ancora autunno, ma un autunno orgoglioso di sé, teso a farsi ammirare….

squacioSole

…E mi venne spontaneo chiedermi quante di queste meravi­glie il nostro paese, la nostra campagna, il nostro sole, le nostre nubi, prima di allora, mi avevano mostrato senza che io, pur godendone, me ne fossi accorto…

…. Così ho cercato, fin dove la memoria mi ha assistito, di far risuonare rumori che non devono andar perduti; di riprodurre colori creati dalla natura quando vuole comprarci il cuore; di richiamare carezze di stagioni che ci passano sulla pelle senza che noi ne sentiamo fino in fondo i profumi; di raccontare la vita di gente comune come tanti di noi, vita per la quale il destino pre­para ad ogni alba la giornaliera dose di fatiche e di gioie, e il quo­tidiano ritaglio di speranze”.

In sua memoria riporto questo breve e delizioso quadretto di vita; col suo stile inconfondibile colora una tela di semplicità e bellezza, spiegando come potrebbe essere il Paradiso. Se qualcuno avrà voglia di leggerlo, avvertirà il piacere di aver conosciuto una persona speciale, e non la dimenticherà.

Mauro Belviolandi

Voglio sapere qualcosa di più (da “Ehi, Tornagiù!” di Alfredo Bettini)

…una mattina la signora Cecilia s’era svegliata con il dubbio che il Paradiso fosse un luogo non del tutto sicuro.

“Io voglio sapere qualcosa di più sul Paradiso – mormorava -perché si fa presto a dire sei stata brava, sempre timorata di Dio e Lui ti premierà accogliendoti a braccia aperte… Ma il Paradiso che cos’è, com’è fatto?… Per esempio, quando sei là, dove appoggi i piedi? E’ vero che in Paradiso fanno come qui nel bre­sciano, dove, in chiesa, gli uomini stanno di qua e le donne di là?”

E se lo domandava alle sei e mezzo del mattino, mentre a fati­ca apriva lo sconquassato portone in legno del suo cortile.

Cecilia, novant’anni di donna, piccola, minuta e vestita di gri­gio. I capelli, candidi e raccolti un po’ in disordine dietro la nuca, offrivano il proprio senso di responsabile vecchiaia all’aria bril­lante del giorno e al primo suono delle campane. I  piedi infilati in un paio di zoccoli solidi, lei, macchiolina scura e inosservata tra le case basse e i tetti ricoperti d’ardesia, si avviava alla Messa, con la testa in Paradiso.

II       Paradiso. La signora Cecilia qualche incertezza sul Paradiso la nutriva fin da quando, attorno ai settantanni, nuovi acciacchi le avevano reso meno agili le fatiche di tutti i giorni. Si trattava però di incertezze non molto importanti (“bé un giorno o l’altro dovrò pur pensarci!”), tant’è vero che, quando le passava­no per la testa, dedicava loro solo il tempo che era solita riserva­re a uno scrupolo passeggero e, ancora una volta, rimandava tutto a “quando sarò davvero diventata vecchia”.

Dopo gli ottanta, a quei dubbi aveva destinato qualche minu­to in più e una spruzzata di preoccupazione; specialmente da quando, una notte, aveva sentito un dolore al petto così forte da toglierle il respiro. Tuttavia il suo ottimismo l’aveva nuovamente persuasa che una riflessione seria sull’argomento convenisse spo­starla ancora in là. “Tanto più che del Signore – era stata la con­clusione – mi devo fidare!”.

Ma adesso che i novant’anni erano giunti, adesso, con calma, del Paradiso bisognava sapere qualcosa di più. E per andarcene fuori aveva deciso che quella mattina, prima o dopo la Messa, ne avrebbe parlato con il parroco.

Mentre si avviava alla chiesa il rumore degli zoccoli sul sel­ciato faceva da controcanto al rumore della cascata oltre la curva del mulino. Cecilia viveva quell’iniziale lembo di giornata come uno stato di grazia, come un dono prezioso ed esclusivo. Gustava come un privilegio il poter pensare a sé, a Dio, agli altri, mentre i più stavano ancora dormendo.

La rendeva felice la coscienza di poter gestire piccole emozioni, come il profumo forte della mine­stra di verza della sera prima messa a riscaldare e gustata, con tanto pane dentro; o i rumori del pollaio al suo apparire in cortile, o il grugnito del maiale, o il naso umido del cane contro le sue mani mentre gli deponeva davanti la ciotola del pane bollito. E come le piaceva, a quell’ora, la sua casa di poveri contadini, robu­sta e dignitosa: il pavimento di mattoni rossi che bagnava prima di scoparlo perché non facesse polvere, i mobili di noce che ci voleva in due per spostarli, le travi scure, robuste e basse ma senza ragnatele. E il grande camino.

Il grande camino! Quante volte, mentre lo liberava dai ceppi di robinia semiconsunti dal fuoco, e lo ripuliva dalla cenere, ripas­sava i momenti in cui esso era stato presente e vivo come uno di famiglia: quando nascevano i figli e c’era bisogno di panni caldi, quando i figli si ammalavano e c’era bisogno del caldo asciutto, quando si era stanchi e c’era bisogno che drogasse d’incanto il racconto di una favola perché i bimbi si addormentassero, quan­do si aveva paura della grandine e alla sua fiamma si chiedeva di mandare il più in alto possibile il filo di fumo dell’ulivo benedet­to che stava bruciando…

E le brace nello scaldino, nelle sere gelide?

“Che bel caldo nel letto!… e quanti sentimenti! Quanti gesti d’amore in quel caldo, per mettere al mondo nove figli, tutti sani, tutti bravi, tutti belli o quasi!” mormorò commossa.

Cecilia aveva raggiunto il muricciolo della piazza della chie­sa e, guardando sotto di lei l’incantevole scorcio di lago che, come ogni mattina, era apparso alla sua vista, le venne da chie­dersi se il Paradiso sarebbe stato così bello. L’attraversò un dub­bio che allontanò come fosse una tentazione.

In quel momento l’odore forte e sgradevole di un sigaro toscano l’avvertì che stava arrivando don Serafino. Difatti eccolo là, anch’egli piccolo e minuto, completamente calvo, il viso rosso e grosse borse sotto gli occhi.

Don Serafino non aveva più di cinquantanni, ma ne dimo­strava settanta e più. Nel giro di tre o quattro anni era invecchia­to di venti. Quando, tanto tempo prima, era arrivato lì come par­roco, aveva saputo dare uno scossone alla monotonia della vita parrocchiale. Allora il paese contava quasi settecento anime e moltissimi erano i giovani con i quali era riuscito ad inventare ini­ziative che lo avevano reso amico di tutti. Poi, nell’arco di qual­che anno, la mancanza di lavoro aveva provocato, con una acce­lerazione impressionante, una fuga verso la città e lui si era senti­to derubato dei suoi giovani e di tutto il lavoro fatto per loro. Gli era rimasta una parrocchia con meno di trecento anime e tante persone anziane, alcune rese ancor più vecchie e ancor più vuote dall’uggia di giorni senza colore. E don Serafino aveva imparato a fumare prima e a bere poi.

Beveva “troppo per uno che deve dare il buon esempio”. Lo diceva lui stesso nei momenti di crisi. Non s’era fatto misantropo perché la bontà d’animo e la facilità di rapporto con la gente ce le aveva nel sangue, né si considerava un prete inutile, capace com’era di cogliere ancora e prontamente i bisogni dell’anima di chi ricorreva a lui. Ma si rendeva conto, un giorno dopo l’altro sempre di più, che il bere lo faceva un uomo fragile. E il giorno in cui se ne era reso pienamente conto aveva pianto.

Quella mattina come vide Cecilia provò un senso di gioia e gli parve che meglio di così la giornata non potesse incominciare. Perché? Non lo sapeva, ma non gliene importava niente. Spense il mozzicone di toscano sul muricciolo e le si fece incontro. Si salutarono con la consueta cordialità e a don Serafino che le chiedeva come mai fosse arrivata così in anticipo, Cecilia rispose domandando se sapesse qualcosa di preciso sul Paradiso.

“Tutto! – le rispose il prete spalancando le braccia con slan­cio – Io, sul Paradiso, so tutto!”

Cecilia lo osservò mentre le rispondeva e si accorse che alla sua domanda don Serafino si era illuminato, come fosse tornato il prete che tanti anni prima era giunto in paese giovane, acclamato e pieno di speranze. E non le riuscì di nascondere la propria meraviglia.

Lui gliela lesse in viso e capì l’intensità di quel momento, respirò la fragranza di quel rapporto, la naturalezza di quella fidu­cia che rispettò quasi con amore, ponendole la domanda più sem­plice che gli venne alle labbra. “Perché, Cecilia, solo del Paradiso?” chiese, mentre tutte due, l’uno vicino all’altra, si appoggiavano al muretto per rivedere il lago.

“Perché l’inferno e il purgatorio non mi interessano. Io di peccati grossi non ne ho mai fatti, quindi all’inferno sono sicura di non andarci. Al purgatorio proprio non ci penso: in vita mia ho fatto tanti di quei fioretti che, se quello che mi dicevano a dottrinetta da bambina è vero, il Purgatorio lo dovrei saltare come si salta un fosso…Quindi mi resta solo il Paradiso…E di quello voglio conoscere tutto! Io da viva ho sempre camminato con i piedi per terra, perciò, se appena è possibile, vorrei farlo anche da morta… Avete capito, don Serafino?”.

Cecilia scese nei particolari e il prete l’ascoltò con attenzio­ne. Ciò che la donna disse fu, più che una lunga serie di doman­de, un galoppo di fantasiosi desideri conditi di esclamativi e di interrogativi, mescolati a caso perché in pratica in Paradiso biso­gnerebbe andarci con la faccia di quando si è giovani e belli e sani e senza artrite nelle mani e con i vestiti in ordine e sapere prima anche se ci sono il sole e le nuvole e l’acqua e le fontane e le pian­te e gli orti e le viti e l’uva …”

La donna si interruppe e guardò con tenerezza il suo prete.

“L’uva c’è vero?” gli chiese abbozzando un sorriso.

Don Serafino si irrigidì solo per un attimo: in quella frase lesse e capì la gravità dell’appunto di quella sua devota parrocchiana. Arrossì, si girò dall’altra parte e scosse il capo, piano. La mano della signora Cecilia gli accarezzava la nuca e a lui parve di cogliere la sapiente tenerezza di quel gesto.

Voleva ringraziarla, dirle che quell’appunto preciso e dolce gli aveva fatto bene. Tornando a guardarla gli sembrò giusto chie­derle:

“E quando andrete in Paradiso, Cecilia, come vorreste ritro­vare vostro marito?”.

Cecilia gli rispose che avrebbe desiderato rivederlo con la camicia scozzese sotto il gilè marrone, i pantaloni alla zuava e i baffi dal colore di pannocchia, così come l’aveva visto il giorno in cui si erano fissati intensamente, dicendosi tutto senza aprire bocca.

“Don Serafino, quello che provai quel giorno, quello sì che era Paradiso!”

L’orologio batté le sette: era l’ora della Messa. Don Serafino prese la donna sottobraccio e, in chiesa, l’accompagnò nel banco dove era solita fermarsi. Lei rimase in ginocchio per qualche minuto e poi, presa fra le mani la corona del Rosario, si sedette.

Ma non pregò. Il colloquio con il sacerdote le aveva fatto bene, anche se non era proprio certa d’aver capito tutto. Ci sareb­be stato tempo di parlarne ancora, ora che l’argomento era stato affrontato.

Cecilia, mentre la Messa andava avanti, distraendosi, inco­minciò un bel cammino a ritroso a spigolare, nella sovrabbondan­za dei suoi ricordi, i frammenti più significativi, forse gli stessi che avrebbe ritrovato in Paradiso: le gioie negli occhi di mamma e papà, la mano sicura dei nonni e le loro favole, la balia e la mae­stra delle elementari, il primo figlio e il primo latte dal seno tur­gido, gli altri otto e la famiglia che diventava sempre più viva e i figli dei figli e i figli dei figli dei figli…

Mentre la sua memoria viaggiava quieta nei ricordi, si sentì prendere da un’improvvisa stanchezza. Aveva un dolore qui, tra il braccio sinistro e il cuore, il dolore di quella volta che le era man­cato il fiato e aveva temuto di morire… I ricordi si sfilacciavano come lunghi veli bianchi svolazzanti sui fili fragili di una gracile memoria. Qualcuno sbatteva il campanello del sanctus mentre lei sentiva il suo capo reclinarsi, quietamente, sul petto.

Che fosse sonno? … Dormiva, forse?

No, non dormiva e non aveva più domande da fare, perché, in Paradiso, non esistono dubbi.

 

 

 

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