Grazie al Lumachino!

Ricordate il nostro progetto di rendere accessibile a tutti la veduta dal Lumachino?

La Soprintendenza, prima di esprimersi, ci ha imposto di ritrovare documenti che attestino il pensiero dell’arch. Luca Beltrami in merito al restauro dello stesso. Per questo stiamo da tempo effettuando onerose ricerche, con la collaborazione di un’esperta archivista, presso gli archivi milanesi;  sapendo anche che, dopo il rilievo del 1883, il progetto di restauro venne inviato al Ministero della Pubblica Istruzione, abbiamo chiesto all’onorevole Silvana Comaroli se poteva aiutarci in questa ricerca… e la risposta della senatrice soncinese è stata immediata e efficacissima: non senza difficoltà, è alla fine riuscita a rintracciare e a far scannerizzare in alta risoluzione i manoscritti originali del Beltrami e anche la relazione redatta dal Conte Francesco Galantino.

La nostra rocca era conciata veramente male nel 1876, quando l’ultimo rampollo degli Stampa, marchese Massimiliano Cesare,  cedette la proprietà al comune di Soncino.

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Notate che il fronte del rivellino era ormai privo di merlature;una folta vegetazione comprometteva la conservazione delle cortine; la cinta del fossato era priva di parapetto…

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Notate il particolare del ponte levatoio: la struttura era ridotta ormai a un esile arco…

Il giovane arch.Luca Beltrami (che poi diverrà uno dei più celebri maestri dell’architettura di fine ‘800 e dei primi decenni del ‘900, realizzando, tra l’altro, il celeberrimo restauro del castello di Milano), fresco degli studi di specializzazione in Francia alla scuola di Eugène Viollet-le-Duc, progettò e diresse uno strepitoso restauro che ci consegnò la rocca nello splendore che ancor oggi possiamo ammirare.

Stiamo esaminando la relazione del Beltrami e stiamo anche cercando di rintracciare le tavole esecutive del suo progetto; dopo attento esame, presto pubblicheremo sul nostro sito tutta la documentazione, perchè riteniamo che qualunque documento storico che riusciremo a rintracciare debba essere messo a disposizione di tutti i soncinesi, veri eredi di un grande patrimonio di civiltà.

Mauro Belviolandi

ps: di seguito alcuni stralci del manoscritto del Beltrami e del Galantino

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PERICOLO INFILTRAZIONI

1 – IL PROBLEMA

La questione è già all’attenzione del comune, che si è detto disponibile a risolvere il problema. Una consistente quantità d’acqua si infiltra nelle camere interrate (1) dell’ex torrione presso la scaletta che scende da piazza Enea Ferrari e ai piedi dello stesso torrione (2) ; l’acqua scorre secondo vie da ricercare e  sbuca in due rigagnoli a valle del ponte levatoio (3) passando, tra l’altro,  sotto il pilone del grande arco del ponte levatoio, per poi convergere verso lo scolo del fossato; questo corso d’acqua può produrre  danni considerevoli alle mura e alla struttura merlata del ponte levatoio.

Notare due fatti significativi:

  • Il rigagnolo d’acqua, ormai continuo da qualche anno, era presente anche il 1/09/2017, e cioè con il naviglio che  da una settimana era molto basso;
  • Da mesi praticamente non pioveva, e il rigagnolo persisteva

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2 – COSA PROPORREMMO DI FARE

  1. Crediamo che sia meglio partire dalla ricognizione più semplice: in zona 2, ai piedi del torrione, dietro la scala che scende verso il naviglio, c’è una griglia metallica delimitata da due muretti: si nota che lì c’è acqua (anche se non piove) che impregna il terreno alla base delle mura; probabile che sia in comunicazione (causa o conseguenza) con l’acqua che allaga le stanze interrate raggiungibili dallo scivolo in piazza; poi l’acqua da lì, filtrando ai piedi delle mura, scende per affiorare in zona 3, dopo aver impregnato (e forse anche attraversato) le basi delle mura e del grosso pilone centrale del ponte levatoio, per poi scorrere nello scolo del fossato. Se tutto partisse da questa grata saremmo a posto: dopo averlo accertato scoperchiando, sondando e scavando ai piedi delle mura per accertarsi di come stanno le cose, basterebbe posare alla giusta quota un tubo drenante che scorra ai piedi delle mura e porti nello scolo del fossato dopo il ponte levatoio.
  2. Forse, diciamo forse, sussiste anche un’altra causa o concausa, un antico scarico che è stato otturato tra il 1999 e il 2000 (ci sembra):

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Cosa scaricasse non lo sappiamo, ma se fosse attivo potrebbe aver trovato una nuova via di scarico, magari all’interno delle mura, fino alle camere interrate che ora sono allagate.

Qualora il tentativo di cui al punto 1) non desse esiti conoscitivi sufficienti, si potrebbe individuare e rimuovere la lastra prefabbricata in calcestruzzo in corrispondenza dell’antico scarico (vedi fig.successiva) e inserire una sonda con telecamera per capirci qualcosa.

La figura che abbiamo preparato, tenendo conto della prospettiva,  aiuta a individuare la buca pontaia in corrispondenza della quale si trova la lastra da rimuovere.

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La cosa è tutta da indagare, perché non ci sono al momento certezze, ma speriamo che questo nostro contributo possa essere d’aiuto alle indagini che il comune si appresta a fare.

Mauro Belviolandi

AFFRESCHI: FILM FASE 1 – PROBLEMI

Sì, in effetti la situazione riscontrata sulla volta è molto peggiore rispetto al previsto… in questo breve filmato/intervista potete vedere da vicino i problemi e come li risolveremo

Ci sentiamo alla prossima, dove evidenzieremo la differenza fra affreschi e tinteggiatura a tempera; entreremo ancora nei dettagli dei lavori di restauro che nel frattempo saranno stati fatti, oltre ad aggiornarvi sulle prescrizioni che avremo concordato con la soprintendenza.

Mauro Belviolandi

 

AFFRESCHI: FASE 1

Come già anticipato, sabato scorso è stato montato il ponteggio che costituirà il piano di lavoro per il gruppo di restauratori guidato da Paolo Mariani.

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Alla base del ponteggio è stato installato un ampio tabellone che pubblica i nomi di quanti, istituzioni e privati cittadini, hanno contribuito al finanziamento dell’intervento, e che  illustra brevemente significato e metodi di restauro.

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Vogliamo anche rispettare la promessa di tenervi aggiornati sullo sviluppo del restauro, ed eccoci a descrivere molto sinteticamente i lavori in corso in questa prima fase.

Lo stato degli affreschi, come è evidente, è assai precario: immagini incomplete, disordinatamente affioranti su più strati, e tantissime vacazioni, sia sulle pareti che sui soffitti a volte incrociate.

Ciò che è meno evidente è la precarietà dell’intonaco che fa da supporto agli affreschi: abbiamo constatato come sussistano ampie sacche di distacco che, senza un adeguato intervento, potrebbero portare alla perdita totale di ampie superfici affrescate.

Paradossalmente la fase più importante è proprio l’attuale, e cioè i primi 15-20 giorni, apparentemente statica e quasi inoperosa, ma che cela un paziente e prudente lavoro di indagine, di cauta battitura, di prelievo  e di analisi che porterà a modulare l’intervento al meglio, in collaborazione con la Soprintendenza, in modo che non venga curato solo l’aspetto superficiale e immediatamente fruibile dal visitatore, ma venga anche garantito che l’interazione muro-intonaco-intonachino-pellicole pittoriche sia adeguatamente considerata e porti a un risultato ottimale, destinato a reggere la sfida dei tempi “storici”.

In figura sono rappresentate fasi di riadesione dell’intonaco e dell’intonachino.0-Tecnica2

Posto che i metodi e i particolari di restauro devono essere concordati con la Soprintendenza solo dopo l’esame dei rilievi eseguiti in questa prima fase, possiamo già dire che l’azione di restauro sarà di tipo conservativo; non sono ammesse aggiunte a completamento di parti mancanti; nei grandi spazi vuoti, spesso intonacati in epoche relativamente recenti addirittura con intonaci cementizi, si provvederà a una regolarizzazione e a una stabilizzazione del sottofondo per poi procedere a una blanda colorazione, con sfumature “mosse”, che si adatti il più possibile al contesto cromatico.

Vi faremo senz’altro sapere delle risultanze dei rilievi e delle decisioni che verranno conseguentemente concordate con la Soprintendenza.

Mauro Belviolandi

VIA AL RESTAURO AFFRESCHI!

Finalmente si parte! Domani, sabato 24/06/2017, l’Impresa BUETO, di Primo Grazioli, in via totalmente gratuita, inizierà il montaggio del ponteggio che consentirà di realizzare il restauro degli affreschi della torre sud-orientale della rocca; il ponteggio sarà conformato per consentire anche, in piena sicurezza, visite guidate illustrative nel corso dei lavori, che dovrebbero terminare in ottobre.

Un grande tabellone di 2m x 1,5m verrà installato ai piedi del ponteggio: riporterà tutti i nominativi di coloro che hanno direttamente  contribuito al finanziamento dell’opera; saranno anche riportate alcune notizie sugli affreschi e verrà pure illustrata sinteticamente la tecnica di restauro utilizzata

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Vi terremo sistematicamente aggiornati sull’andamento dei lavori.

A presto,

Mauro Belviolandi

IL MISTERO(?) DEGLI ARCHI INTERRATI

SINTESI: Il tratto di mura contro terra sul lato nord-est del cortile della rocca, dove in alcuni scavi di sondaggio si intravedono dei vani ricavati all’interno della cortina,  non è totalmente di muro pieno, ma è probabilmente costituito da  terra argillosa ben pressata e costipata fra i numerosi contrafforti  collegati superiormente da possenti archi laterizi. Qui di seguito, per chi fosse interessato, si dà ampia motivazione a questa ipotesi, in attesa che ulteriori eventuali sondaggi portino a sicura interpretazione dell’assetto strutturale interrato.

Il cedimento del terreno all’angolo nord-est del cortile della rocca, vicino all’ingresso del museo dei combattenti, ha casualmente portato alla luce le sommità di grossi vani completamente interrati, ricavati nello spessore delle mura merlate (tratto rivolto verso la filanda).

Un po’ tutti hanno detto la loro su questa inattesa comparsa, ma poiché dopo vari mesi non sono ancora proseguiti gli scavi di sondaggio per individuare il problema del cedimento, e quindi neppure per capire dimensioni e funzioni di queste aperture, riteniamo che possa essere interessante esporre l’ipotesi che a noi pare più plausibile; questo almeno fino a che non inizieranno ulteriori sondaggi. Non possiamo poi escludere che emergano nuove risultanze che inducano ad altre diverse ipotesi interpretative.

DI CHE SI TRATTA?

Come tutti sanno, le maestose mura merlate che congiungono le quattro torri della rocca, si affacciano verso l’esterno sul profondo fossato, mentre il cortile interno non è altro che un riempimento di terra che si trova  ben 10 m sopra il piano medio dello stesso fossato; il che è evidente osservando la nostra elaborazione del preciso rilievo del Beltrami, eseguito nel 1883

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In altre parole, queste possenti mura potremmo definirle “mura parzialmente bastionate”, perché per circa due terzi sono a contatto del terreno che fa da supporto alle mura, rendendole estremamente resistenti rispetto a colpi inferti dall’esterno (anche se proprio allora entrarono in gioco le prime vere e proprie artiglierie, con bombarde e cannoni sempre più potenti, in grado di mettere facilmente  in crisi strutture di concezione medievale, come la nostra rocca);  nello stesso tempo, la spinta del terreno è contrastata dalla gigantesca mole delle mura stesse, posate molto probabilmente su terreno rinforzato dall’infissione di speciali pali in legno.

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Si tenga presente che lo spessore minimo delle mura, che si alzano sopra il cortile, supera i 3 m; il piano del cortile corrisponde, sul lato del fossato, a quel marcato cordone di mattoni toroidali che accompagna superiormente il tratto di muro “a scarpa”; si dice “a scarpa” perché lo spessore del muro, scendendo verso il fossato, aumenta progressivamente  fino a raggiungere ben 5 m di spessore in corrispondenza del piano di fondazione, garantendo l’assoluta stabilità della cortina muraria.

COSA POSSONO ESSERE QUEI MISTERIOSI VANI INTERRATI, CHE VEDIAMO ENTRARE NELLE MURA?

La risposta la troviamo nella notevole produzione libraria di quei secoli; i massimi ingegneri e architetti d’Europa (e quindi dell’intero mondo allora conosciuto) in quegli anni, ma anche nei successivi due secoli, furono soprattutto italiani: citiamo, fra i tanti, Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Leon Battista Alberti, Francesco Di Giorgio Martini, i Sangallo, Michele Sanmicheli… e molti altri ancora, artefici delle più geniali e grandiose fortificazioni di quei tempi.

Questi grandi ingegni, contesi dalle corti di tutta Europa, non solo costruirono rocche e fortezze straordinarie, ma lasciarono testi e manuali estremamente dettagliati e precisi; prendiamo ad esempio i tre testi di Girolamo Maggi e Jacopo Castriotto, stampati a Venezia nel 1584, scannerizzati grazie alla meritoria iniziativa di Google http://books.google.com che mette gratuitamente a disposizione testi antichi importantissimi, altrimenti destinati a un probabile oblio.

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Gli autori espongono in ogni minimo dettaglio metodi di tracciamento e di cantierizzazione, materiali da costruzione, strumenti di lavoro, complesse geometrie per modellare i terreni e le murature, ecc… in modo da rendere le fortezze difficilmente attaccabili e, nello stesso tempo, predisposte per una efficacissima difesa con la propria artiglieria…MaggiCastriotto 002 - Strumenti

Per arrivare al nostro quesito soncinese, notiamo che nello stesso testo vengono esposti anche i metodi di costruzione delle cortine murarie, dei baluardi delle fortezze e ritroviamo una costante costruttiva che accomuna tutte le parti di mura a scarpa bastionate: il TRATTO CONTRO TERRA, SAGOMATO A SCARPA, che dal basso parte dalle fondazioni (massimo spessore) e sale riducendo progressivamente il suo spessore fino al cordone toroidale,  NON È TOTALMENTE IN LATERIZIO, MA È  INTERNAMENTE RIEMPITO CON TERRA ARGILLOSA BEN PRESSATA E COSTIPATA FRA I NUMEROSI CONTRAFFORTI (sporgenze murarie ortogonali alla muratura) COLLEGATI SUPERIORMENTE DA POSSENTI ARCHI LATERIZI; qui di seguito portiamo numerosi esempi (in assonometria e in pianta) di questa tipologia, ben illustrata nelle pagine del libro citato

Perché erano costruiti in questo modo? Lo dicono gli stessi autori e due sono i motivi fondamentali: 5 m di spessore alla base non è poco! Se poi si pensa al grande sviluppo in lunghezza delle mura delle fortezze, si comprende che il risparmio di mattoni, con questa tecnica di riempimento con argilla, può portare a considerevoli economie. Inoltre l’argilla esercita una forte azione di smorzamento dei colpi inferti dalle artiglierie, e quindi, in conclusione, si tratta di un felice esempio di ottimizzazione delle risorse, un notevole risparmio senza compromissioni dell’efficacia difensiva.

Il fatto che il testo di Maggi e Castriotto sia di un secolo successivo alla costruzione della rocca soncinese non inficia in alcun modo l’ipotesi illustrata; gli stessi autori citano esempi assai più risalenti e l’unica sostanziale diversità rispetto alla cortina della nostra rocca è che  nel cinquecento vennero abbandonate le merlature (ormai inutili contro i micidiali colpi d’artiglieria) e che il terreno veniva addossato alle mura interne raggiungendo ed anche superando la sommità delle stesse.

Una esemplificazione, sia pure solo formale, di questa tecnica più evoluta è costituito dalla straordinaria cinta muraria di Orzinuovi, una fortezza veneziana potentissima e di concezione avanzata per l’epoca, come possiamo ammirare in questi parziali estratti della PIANTA D’ORZI NOVI (redatta il 18 Novembre 1680 dall’ingegner  Andrea Benonni, Raccolta Terkuz n.97 – Archivio di Stato di Venezia)                 Terkuz04

Qui sotto si vede chiaramente la cortina muraria compresa fra il baluardo della Torretta (la cui base è ancora visibile perché fa da sostegno ai muri degli ospizi orceani) e il baluardo verso Soncino (non a caso il più imponente dell’intera fortezza); nella sezione si nota perfettamente la bastionatura con  il terreno che viene addossato all’interno delle mura fino anche a superarle, per poi ridiscendere a gradoni verso l’abitato.

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A riscontro di questa tecnica costruttiva che spiega le cavità riscontrate nella cortina muraria della nostra rocca, possiamo ora constatare che qualcosa di formalmente analogo lo possiamo vedere perfettamente ancor oggi sul lato nord della rocca di Orzinuovi, di cui riportiamo la  planimetria dell’epoca a confronto di una foto attuale del lato nord.

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Fino al 1827 (anno in cui iniziarono i lavori di demolizione di tutte le mura e di asportazione di tutti i terrapieni, che vennero utilizzati per colmare i fossati), la rocca orceana proseguiva verso nord con le alte mura di un baluardo, che oggi si troverebbe posizionato nella zona del nuovo parcheggio coperto, ex mercato del fieno. Su quel lato la terra copriva totalmente gli archi inquadrati nella foto; questo sistema di archi, sorretti da robusti contrafforti e riempiti totalmente da terra ben compattata, è molto simile a quanto riscontriamo a Soncino (anche se per la rocca orceana la motivazione è diversa; per costruire il suddetto baluardo i Veneziani tagliarono verticalmente a metà il lato settentrionale delle mura della rocca preesistente, eliminando anche le due torri cilindriche: gli archi rimasti non sono che la metà settentrionale dei camminatoi interrati che correvano sotto i 4 lati della rocca, oggi ancora presenti sotto gli altri tre).

PROBABILE RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DEI VANI INTERRATI

La documentazione tecnica, storica e architettonica che abbiamo illustrato nei punti precedenti ci autorizza a proporre una fondata ipotesi di rappresentazione della parte interrata della cortina muraria fra la torre degli affreschi e la torre del museo dei combattenti, anche se è corretto specificare che si tratta solo di ipotesi, per quanto ampiamente motivate.

Subito sotto la prima coltre di ghiaietto e terra del cortile, vedremmo una pavimentazione composta da mattoni pieni, come si intravede anche dai primi scavi ora interrotti.

ArchiSottoCortile - Vista 3D - Da CortileSenzaGhiaietto

Sotto la pavimentazione troveremmo i suddetti contrafforti, che si estendono fino alla quota delle fondazioni (pure in laterizio), collegati da arcate superiori; contrafforti e arcate entrano per circa 2 m nello spessore della muratura, formando vani che, in fase di costruzione, sono stati progressivamente riempiti con terra argillosa (forse anche armata con intrecci di legni trattati) a formazione di quell’efficace sistema costruttivo mura-contrafforti-bastioni, chiamato dai veneziani anche “mura de tera”; il tutto è schematicamente rappresentato in figura senza la terra per ovvie esigenze di visibilità (per velocizzare non è rappresentata l’orditura dei mattoni ad arco, ma l’insieme è prospetticamente fedele).

ArchiSottoCortile - Vista 3D - DaCortileContrafforti

Mauro Belviolandi

(con la collaborazione di Giuseppe Casagrande e di Davio Cernuschi)